Storia dell’ olivicoltura

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“Quando si è portatori di pace non si può non vincere”

E’ grazie ad una Dea della mitologia greca che nacque l’olivo. Fu infatti Athena, in gara con Poseidone a vincere la gara del dono più bello da fare all’uomo. Percosse una lancia sul terreno e il primo albero di olivo comparve sulla terra. Senza ombra di dubbio Zeus decretò la sua vittoria sulla bellezza del potente cavallo portato da Poseidone.

Tra i due doni, il più utile per gli umani risultò l’olivo, appunto, simbolo di pace.
Zeus non aveva tutti i torti. Infatti l’olivo è da sempre considerata una pianta sacra per tutti i popoli mediterranei la tradizione ebraica la vede nascere tra le labbra di Adamo sepolto sul monte Tabor, mentre nell’Antico Testamento la fine del diluvio viene annunciata a Noè da una colomba che porta un ramo di ulivo nel becco e la sua presenza ha accompagnato l’evolversi della nostra civiltà fino ai giorni nostri.

Con gli uomini l’olivo ha viaggiato nello spazio e nel tempo, colonizzando sempre nuovi territori fino ad arrivare in Italia circa tremilacinquecento anni fa. La portarono quei navigatori fenici, cartaginesi e greci, che commercializzavano l’olio d’oliva in tutta quella che veniva chiamata “Magna Grecia”. E gli italici, etruschi in testa, compresero in fretta le straordinarie virtù di questo nuovo olio, e altrettanto in fretta impararono le prime tecniche di coltivazione dell’olivo.

Così impiantarono oliveti e produssero olio d’oliva. Diedero inizio a un commercio florido, sempre crescente. Ma anche i romani non restarono indietro: lo coltivarono in modo così sistematico e razionale che all’inizio dell’Impero Romano il sacro olivo aveva già raggiunto l’attuale diffusione geografica. Era dappertutto, in una parola, ovunque e in ogni terra in cui le condizioni climatiche lo consentissero.
L’olio, allora, veniva impiegato per gli usi più vari: alimentazione, cosmesi, rituali, illuminazione. Era indispensabile. Attraverso il Mediterraneo, e fino alle più remote regioni dell’Impero Romano, viaggiavano ogni anno milioni di anfore olearie stivate sul fondo delle navi. Era un’età dell’oro. Esperti agronomi come Columella, Publio Virgilio Marone, Plinio il Vecchio contribuirono con i loro studi e scritti all’evoluzione di questa coltura.

Poi, con la caduta dell’Impero Romano, anche la coltivazione dell’olivo subì un contraccolpo. In Europa l’olio diventava raro e prezioso, adibito solo a rituali religiosi e in possesso di poche persone privilegiate. La sua coltivazione riprenderà a partire solo nell’XI secolo, grazie alle leggi che obbligavano coloni ed affittuari ad impiantare ogni anno un certo numero di olivi.

In Toscana e Umbria, in particolare, si assistette ad una ripresa agricola attraverso la colonizzazione di aree a ridosso di città, castelli ed abbazie con la coltivazione della vite, del castagno e soprattutto dell’olivo.
E meno male! Perché presto l’olio umbro si rivela così buono da essere lodato persino nei trattati di storia di quel periodo. Forse, è proprio questo il momento che segna il vero inizio della “cultura” dell’olio in Umbria. Grazie all’olivo il paesaggio comincia addirittura a cambiare si intensifica la coltura promiscua, con consociazioni di colture erbacee ed arboree come vite ed alberi da frutto e il panorama umbro si arricchisce di colori argentati, di campi squadrati e filari ben allineati. Il cambiamento arriverà fino al XIX secolo, con il diffondersi delle moderne sistemazioni intensive, quando sui terreni collinari si rafforzano le coltivazioni orizzontali: filari di alberi ed arbusti, invece di scendere lungo le linee di massima pendenza, seguono le curve delle colline. Si creano gradoni, lunette e muretti a secco a protezione del terreno sotto il piede degli olivi per favorire la coltivazione delle colture erbacee. A vantaggio di queste si mette in competizione l’olivo, contenendone la chioma per favorire la penetrazione della luce e limitandogli i nutrimenti.

Risultato? In Umbria, forse più che in altri luoghi d’Italia, l’olivo è stato costretto ad adattarsi a condizioni difficili, dove altre colture di interesse agrario non avrebbero avuto nessuna forma di sopravvivenza. Ma cosa sarebbe l’Umbria, oggi, senza quegli olivi abbarbicati perfino sulle rocce dei terreni più marginali, capaci di segnare non solo il paesaggio ma l’intera identità gastronomica della sua gente?
Per questo dobbiamo dire un grazie anche allo Stato Pontificio, che nel corso del suo dominio, grazie a straordinarie misure di incentivazione messe in atto, determinò un grande aumento della coltivazione dell’olivo. Dai dati relativi al periodo 1880-90 risulta che, all’interno degli attuali confini regionali, erano destinati all’olivicoltura circa 43.000 ha di terreno, con un numero medio di piante per ettaro pari a circa 220. Sempre nell’Ottocento è stata fortemente stimolata la realizzazione di oliveti con alberi disposti a filari, in quanto ciò facilitava il controllo del numero di piante poste a dimora, e quindi degli incentivi concessi per ogni pianta.
E avanti così, a piantare e coltivare, per tutta la fase iniziale del Novecento. Il clima tipicamente continentale, i lunghi processi evolutivi, la selezione condotta dai coltivatori umbri che nei secoli hanno selezionato le cultivar più resistenti e idonee ai diversi territori frantoio, leccino, moraiolo hanno imposto una svolta sulla diffusione delle varietà che oggi popolano il paesaggio agrario della regione. Poi il numero delle piante ha cominciato a ridursi. Tante, troppe le cause.

Nella prima guerra mondiale si è scoperto che il legno dell’olivo poteva sostituire, come combustibile, il carbone venuto a mancare nelle fabbriche del nord e questo ha dato il via al taglio di migliaia di alberi in tutta la penisola. Poi, ecco i danni provocati dal tempo per esempio le gelate del 1929 e 1956, che hanno causato la morte di molti alberi e dalla moda: negli anni Sessanta i nuovi oli di semi, così “leggeri” e “moderni”, ben reclamizzati in tivù con pubblicità accattivanti, hanno cominciato a far scomparire l’olio di oliva, troppo “antico”, dalle tavole. Dai terreni intanto scomparivano le piante. Colpa della difficoltà di reperire manodopera e dell’aumento del suo costo: gli oliveti, situati soprattutto nei terreni più scoscesi e quindi non meccanizzabili, sono stati abbandonati portando a un’ulteriore riduzione della superficie olivetata.

Oggi, fortunatamente, l’olio è ritornato a farla da padrone a tavola e in cucina. Il mercato interno ed estero ha ricominciato ad apprezzare e a richiedere oli di pregiata qualità territoriale, così molte aziende hanno deciso di recuperare e mantenere produttivi i loro preziosi oliveti. Preziosi per tanti motivi, sia per tenere a un buon livello la produzione di olio umbro, sia per salvaguardare il paesaggio agrario che nella regione è profondamente legato alla presenza dell’olivo. E non solo per una questione estetica. Certo, i muretti a secco, a gradoni o a lunetta contribuiscono, insieme alle piante di olivo, a rendere tipicamente piacevoli le colline umbre creando suggestivi scorci decorativi. Ma l’importanza dell’olivo è anche altra. Se nel passato è stato infatti impiantato al posto del bosco, oggi rappresenta la pianta che più di ogni altra assolve a una funzione di protezione del suolo, determinando condizioni di regimazione delle acque piovane. Sono le sue radici a tenere letteralmente salda la terra.

È una pianta bella, forte e generosa. La sua capacità di adattamento le ha permesso nel tempo di sopravvivere e di giungere fino ad oggi in un “mosaico sconcertante” dove “l’occupazione del suolo è discontinua e i campi sono di tutte le forme e dimensione”. Non si arrende mai. Sensibilità alle basse temperature e capacità di rivegetare dal colletto, danno una sorta di dinamismo allo sviluppo degli olivi che possono così definirsi “immortali”, diventando perciò non solo simbolo di pace ma anche di rinascita e di rinnovamento.

TESTO DI: ANGELA CANALE

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